News

25 Aprile 2026 Festa Della Liberazione

Il 25 aprile non si colloca nella semplice costellazione delle ricorrenze civili: appartiene alla matrice generativa da cui la Repubblica continua a trarre legittimazione, orientamento e misura del proprio orizzonte etico-politico. Non indica soltanto la cessazione di un dominio militare e di un conflitto devastante: designa il momento in cui l’Italia, precipitata nella rovina continentale e consegnata dal fascismo all’imperio della Germania nazista, interruppe il nesso con la logica dell’assoggettamento e si ricostituì, attraverso clandestinità, sacrificio e sollevazione, come soggetto collettivo nuovamente capace di autodeterminazione. La Liberazione, pertanto, non è solamente un episodio luminoso, ma la cerniera dialettica attraverso cui il Paese smise di coincidere con la propria soggezione coatta e riconquistò la possibilità di una forma politica non eterodiretta.

 

Per questo il 25 aprile non tollera né l’enfasi celebrativa né la sua variante più insinuante: la neutralizzazione. La Repubblica democratica non nacque da una conciliazione simmetrica delle memorie antagonistiche, né da una didattica dell’equiparazione che volle rendere commensurabili gli apparati della coercizione e lo slancio vitale dell’emancipazione antifascista. Essa scaturì da una frattura originaria, da una presa di posizione che fu insieme parzialità e universalizzazione: dal versante di chi insorse contro il nazifascismo, non da quello di chi tentò di prolungarne la conservazione. Non tutto è convertibile: non lo furono Salò e la Resistenza; non lo sono la persecuzione e la riappropriazione etica-morale; non lo sono l’obbedienza all’ingranaggio dell’oppressione sistemica e la fermezza nel revocarne la prevalenza autoritaria.

 

Su questo crinale opera da decenni il revisionismo, non come riesame scientifico scrupoloso - dovere della ricerca storica - ma come deformazione ideologica che deprime la Resistenza, relativizza il fascismo, acclimata la desistenza e prepara lo svuotamento sostanziale della Costituzione. Compito che non consiste soltanto nel corrompere il giudizio sul passato, ma nel rieducare il presente alla condiscendenza: infondere che sarebbe stato preferibile non scegliere, non esporsi, non distinguere, non resistere; e insieme assuefare le coscienze a considerare la Carta non come il compimento della Liberazione storica, ma come un ostacolo da eludere. In Italia questo lavoro ha trovato terreno particolarmente fertile poiché il Paese non ha mai regolato sino in fondo i conti con la propria vicenda novecentesca: da tale manchevole elaborazione continuano a riemergere indulgenze, equiparazioni, zone grigie, compiacenze verso la falsificazione del passato.

 

La Resistenza fu certamente conflitto armato, che recò in sé anche le scabrosità che accompagnano i passaggi estremi della storia; ma ridurla solamente a questo significherebbe mancarne il nucleo più profondo. Essa fu sollevazione morale e civile di popolo contro un regime che aveva fatto della gerarchia una disciplina, dell’obbedienza una virtù, del conformismo una regola dell’anima, della guerra una metafisica dell’esistenza, della razza una categoria giuridica. Il fascismo non fu soltanto una dittatura: fu una degradazione antropologica, una contraffazione della convivenza, una coesione artefatta che trasfigurò in norma il privilegio, la selezione in destino, la disuguaglianza in legge naturale. La sua violenza non consistette soltanto in ciò che colpì - e basterebbero, a fissarne irrevocabilmente la fisionomia, l’assassinio di Matteotti, il carcere di Gramsci, le leggi razziali, le guerre coloniali, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine - ma in ciò che deformò. E quando Mussolini, nella rovina, consegnò ciò che restava dell’Italia alla potestà hitleriana, si rivelò anche la menzogna che oggi certi sovranismi vorrebbero occultare: nessuno dissipò la sovranità nazionale quanto il fascismo, nessuno umiliò il Paese quanto chi ne fece un feticcio declamatorio per poi consegnarlo, inerme e prono, alla dominazione straniera.

 

In quella trama di clandestinità, sacrificio, soccorso, combattimento e organizzazione confluirono culture democratiche differenti: credenti e laici, comunisti, socialisti, cattolici, azionisti, donne e uomini del lavoro, intellettualità militanti, giovani chiamati a scegliere nell’ora più buia. Fu questa pluralità concreta, non l’unanimismo retrospettivo, a conferire alla Resistenza la sua grandezza storica: una convergenza di forze eterogenee contro l’apparato totalitario, capace di elevarsi, nella lotta comune, a principio generale di liberazione.

 

Il suo precipitato più alto fu, dunque, la Costituzione repubblicana, che non si lascia intendere come dispositivo di mera composizione dei poteri, né testo disponibile a qualsivoglia torsione della volontà governante: forma superiore di una rottura che prefigurava quale Italia dovesse risorgere dalle sue rovine. Nella parità sostanziale contro il privilegio, nella centralità del lavoro contro la reificazione, nel limite imposto all’arbitrio contro ogni tentazione cesaristica, nel pluralismo contro l’uniformazione illiberale, nel ripudio della guerra contro il culto della tirannide, nella tutela della persona contro ogni ontologia della razza e della sopraffazione, la Carta repubblicana reca impressa l’impronta del 25 aprile!

 

Non è casuale, allora, che da anni si tenti di declassare la Resistenza a contesa civile priva di criterio, Via Rasella a gesto irresponsabile, le Fosse Ardeatine a quasi inevitabile rappresaglia, il fascismo a reperto da archiviare nell’opacità del tempo. Né è casuale che, parallelamente, si diffonda una concezione assottigliata della democrazia, esposta alla verticalizzazione dell’esecutivo, svuotando il parlamento delle sue prerogative, all’insofferenza verso i corpi intermedi, alla svalutazione del conflitto sociale, alla riduzione della cittadinanza a investitura intermittente, alla elevazione della paura in principio ordinatore della sfera pubblica.

Là dove la parità sostanziale viene corrosa, il dissenso delegittimato, la mediazione avvertita come impaccio, la fragilità sociale convertita in colpa, l’identità innalzata contro la vocazione inclusiva all'esser cittadini, riemergono logiche di supremazia e assetti mentali che il 25 aprile intese revocare.

Qui il discrimine si fa anche storico-materiale: allorquando si attenua il nesso tra insorgenza antifascista, architettura costituzionale ed eguaglianza, si configura un assetto nel quale la gerarchia riacquista parvenza di necessità, la prevaricazione dei forti sui deboli recupera una tacita legittimazione e il patto sociale si espone nuovamente a una deriva darwinistica.

 

Per questo l’antifascismo, se vuole restare fedele alla propria genesi, non può ridursi ancora a funzione commemorativa. Non si tratta di amministrare una memoria innocua, ma di custodire un criterio di discernimento del presente. Gramsci, Pertini, i fratelli Cervi, Calamandrei, Tina Anselmi, Ada Gobetti, Duccio Galimberti ci trasmisero non un repertorio edificante, ma un ammonimento più che mai operante: che la libertà non è lascito notarile, bensì conquista perennemente da riattualizzare; che la Repubblica resta all’altezza di sé soltanto finché non consenta che la propria sostanza venga erosa dall’abitudine, dalla smemoratezza, da quella simulata temperanza che si nomina misura per dissimulare ciò che, poveramente, non è che resa.

 

In questo quadro acquista rilievo la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a San Severino Marche nel giorno della Liberazione: nella sua parola pubblica sulla sollevazione antifascista - rivolta morale prima ancora che fatto politico, matrice della Costituzione, memoria incompatibile con ogni equiparazione - si raccoglie una delle testimonianze più sobrie e più ferme della continuità repubblicana.

 

Nel celebrare il 25 aprile, il Partito Democratico delle Marche rinnova dunque non un omaggio convenzionale, ma un’assunzione di responsabilità. Onoriamo i partigiani, le staffette, i deportati, gli internati, i civili colpiti in quel passaggio della nostra storia. E qui resta decisiva la lezione di Vittorio Foa – partigiano, incarcerato dal fascismo per otto anni, costituente, rispondendo a Giorgio Pisanò, già volontario repubblichino, poi senatore del MSI: “I morti sono morti, rispettiamoli tutti. Ma se si parla di quando erano vivi, erano diversi. Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione, siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore. Questa è la differenza capitale”. E, con essi, onoriamo soprattutto una consegna: difendere la verità della Liberazione storica; custodire la Costituzione come espressione suprema dell’antifascismo; contrastare ogni deriva che impoverisca la democrazia, destoricizzi le iniquità, sciolga il potere da ogni principio del limite e renda la società più cedevole all’assoggettamento politico.

 

Il 25 aprile continua così a imporsi non come reliquia del Novecento, ma come anelito critico del nostro orizzonte. Ricorda che non vi è Repubblica senza antifascismo e senza lotta contro l'ingiustizia, non vi è libertà pubblica senza custodia della propria matrice, non vi è avvenire democratico per l’Italia se viene ottenebrata la sorgente da cui essa emerse. Ora e sempre Resistenza: non come rito devozionale, ma come imperativo della ragione civile, della dignità repubblicana e della libertà dei popoli.

 

Alessandro Del Monte (Teo), segreteria PD Marche

Image
PD Marche
P.zza Stamira n. 5 Ancona 60122
Tel. (+39) 071 2073510

Scarica l'App

Image
Image