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DIREZIONE REGIONALE 28 MARZO 2026: Sul Piano regionale di gestione dei rifiuti delle Marche - Documento di analisi tecnica e valutazione politico-istituzionale PD Marche approvato all'unanimità.

Approvato all’unanimità alla Direzione regionale del 28 marzo 2026

Indice politico del documento:

1. Il ciclo dei rifiuti come infrastruttura pubblica strategica per la Regione Marche
2. Il quadro europeo e nazionale: la gerarchia dei rifiuti come criterio vincolante
3. Il sistema dei rifiuti nelle Marche: dati, tendenze, squilibri
4. Lo stallo impiantistico e la crisi decisionale
5. Il termovalorizzatore come asse del Piano
6. Le aree strategiche trascurate dal Piano
7. Il nodo dell’organico e il deficit di autosufficienza
8. Il trattamento del residuo, il TMB e la questione discariche
9. I cinque nodi politici del Piano
10.L’assetto educazionale e la qualità civica del sistema
11.Conclusione politico-istituzionale.

1. Premessa politico-istituzionale Il presente documento intende offrire al Partito Democratico Marche una base di analisi, orientamento e approfondimento sul Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti, aperta al confronto politico-programmatico e finalizzata alla costruzione di una posizione comune più solida, consapevole e verificabile. Proprio per questa ragione esso va letto come uno strumento di lavoro e di chiarificazione, volto a ricondurre il confronto interno entro un quadro di merito, responsabilità e proposta.

La gestione dei rifiuti è una delle prove più concrete della capacità di governo di una Regione. Non riguarda soltanto l’organizzazione di un servizio pubblico locale, ma il modo in cui un’istituzione programma il proprio futuro, distribuisce costi e benefici tra i territori, tutela l’ambiente, incide sul sistema produttivo, costruisce coesione oppure scarica squilibri su aree già fragili. Nelle Marche questo tema assume un rilievo ancora maggiore. La conformazione policentrica della regione, la differenza strutturale tra costa e aree interne, la presenza diffusa di piccole e medie imprese, la stagionalità di alcuni territori, la storia diseguale degli assetti impiantistici e la frammentazione amministrativa rendono il ciclo dei rifiuti una vera infrastruttura pubblica strategica della vita regionale, non un mero capitolo tecnico separato. In esso si misurano insieme qualità della programmazione, serietà delle scelte, credibilità istituzionale, giustizia territoriale. Il nuovo Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti, giunto tardivamente, dopo quasi sei anni di governo della Giunta Acquaroli nel corso dei quali non si è registrata alcuna reale capacità di incidere sugli assetti della filiera marchigiana dei rifiuti, si colloca dunque in un passaggio delicato. Da un lato vi sono gli obiettivi europei e nazionali, che impongono una riduzione drastica del conferimento in discarica e un salto di qualità nell’economia circolare; dall’altro si mostrano criticità sedimentate negli anni: stallo impiantistico, rallentamento della raccolta differenziata, insufficienza delle filiere di recupero, lentezza degli assetti istituzionali. A questa incertezza si aggiunge la mancanza di una definizione chiara e operativa del modello di governo che dovrà sostenere l’attuazione del Piano. Non risultano esplicitati in modo puntuale i ruoli, le responsabilità e le modalità di coordinamento tra Regione, ATO, enti locali e soggetti gestori, né le forme attraverso cui verranno assunte le decisioni strategiche e monitorata l’attuazione degli interventi. In assenza di un assetto di governance proclamato ma non definito, il rischio è quello di riprodurre le criticità già emerse: astrattezza decisionale, difficoltà di coordinamento tra livelli amministrativi e tempi di realizzazione incompatibili con le esigenze del sistema. Un Piano di questa portata richiede invece una architettura istituzionale chiara, stabile e verificabile, capace di garantire coerenza tra programmazione e attuazione.

È in questo quadro che si colloca il punto decisivo del Piano: la tendenza a concentrare la risposta sulla fase terminale del ciclo, senza avere prima consolidato le condizioni che dovrebbero ridurne a monte il peso. Il punto di fondo è semplice: il residuo non è un destino naturale. È il prodotto di una catena di scelte o di omissioni. Una politica seria dei rifiuti deve perciò agire prima di tutto a monte: prevenzione, riuso, qualità della raccolta, impianti di recupero materia, trattamento dell’organico, innovazione industriale. Solo dopo aver misurato ponderatamente queste possibilità si può discutere della fase finale. Ogni inversione di quest'ordine rischia di trasformare una scelta presentata come risolutiva in un vincolo strutturale di lungo periodo.

2. Il quadro europeo e nazionale: la gerarchia dei rifiuti come criterio vincolante La politica europea dei rifiuti è fondata su un principio chiaro e giuridicamente vincolante: la gerarchia della gestione. Prima viene la prevenzione della produzione dei rifiuti, poi il riuso, quindi il riciclo, in seguito il recupero energetico, e solo in ultima istanza lo smaltimento. Questo ordine, fondato sulla priorità delle fasi alte del ciclo e rappresentabile come una “piramide rovesciata”, nelle Marche ha trovato finora un’applicazione solo parziale, con evidenti limiti proprio nelle fasi della prevenzione e del riciclo. Non si tratta di una clausola ideale. È il criterio che deve orientare la pianificazione pubblica. L’Unione europea chiede infatti una progressiva riduzione del ricorso allo smaltimento finale e fissa un obiettivo preciso: il conferimento in discarica dei rifiuti urbani dovrà ridursi al massimo al 10% entro il 2035. È precisamente su questo traguardo che si gioca la tenuta reale del PRGR e la sua capacità di tradursi in un sistema effettivamente compiuto. La conseguenza è netta. Una Regione non è coerente con l’orizzonte europeo solo perché individua una soluzione ultima per la quota residua. Lo è se dimostra di aver fatto tutto il possibile, in modo programmato, finanziato e costantemente accertabile, per ridurre quella quota residua. Da questo punto di vista il programma dell’Alleanza per il Cambiamento, di tutta la coalizione progressista alla ultima competizione regionale, assumeva una posizione politica esplicita: la destra ha fallito nella gestione del ciclo dei rifiuti, e occorre recuperare il ruolo programmatorio, di indirizzo e controllo della Regione dentro un ciclo integrato ispirato all’economia circolare. Manca inoltre, a fronte di un proclamato termovalorizzatore, una valutazione comparativa tra scenari alternativi: non viene analizzato se, a parità di condizioni, risulti più efficiente la realizzazione dell’impianto oppure il ricorso, anche modulare e temporaneo, all’acquisto del servizio presso impianti già esistenti in altri territori. Una scelta di pianificazione di lungo periodo non può prescindere da una istruttoria economica di questo tipo, fondata su scenari analitici riscontrabili. Il confronto viene di fatto ricondotto a uno scenario “inerziale” che non rappresenta una vera opzione progettuale, ma una condizione statica, priva di soluzioni impiantistiche e organizzative concretamente alternative. In questo modo viene meno uno dei passaggi fondamentali richiesti nella costruzione di strumenti di pianificazione complessi: la verifica trasparente tra più scenari possibili, fondata su criteri ambientali, economici e territoriali. In tale quadro, non viene neppure adeguatamente considerato il costo prospettico delle emissioni climalteranti associate al recupero energetico, alla luce dei meccanismi europei di pricing della CO₂ e della loro prevedibile evoluzione nel tempo. Il risultato è che la scelta del termovalorizzatore non emerge come esito di un confronto aperto e verificabile, ma come opzione sostanzialmente predefinita, su cui il Piano si struttura a posteriori. Un ulteriore elemento che il Piano non esplicita riguarda il funzionamento stesso di impianti di questa natura. Un termovalorizzatore, per sostenere l’equilibrio economico dell’investimento, richiederebbe un flusso costante e stabile di rifiuti nel tempo, tendendo fisiologicamente a saturare la propria capacità. Questo introduce un possibile elemento di tensione con gli obiettivi di riduzione e di incremento del riciclo, perché il sistema nel suo complesso viene indirettamente orientato a garantire l’alimentazione dell’impianto stesso.

3. Il sistema dei rifiuti nelle Marche: dati, tendenze, squilibri Le Marche non partono da zero. Tra il 2011 e il 2021 la produzione di rifiuti urbani si è mantenuta sostanzialmente stabile, con una media annua pari a 774.590 tonnellate; il valore massimo si registra nel 2011 con 822.957 tonnellate, il minimo nel 2015 con 733.806 tonnellate. L’ATO 1 (Provincia di Pesaro e Urbino) e l’ATO 2 (Provincia di Ancona) sono quelli con la maggior produzione. La variazione complessiva tra 2011 e 2021 è del -5,5%, pari a una variazione media annua del -0,6%. Nel 2022 la produzione totale è stata pari a 758.397 tonnellate (fonte: ISPRA – Rapporto Rifiuti Urbani 2023), di cui 213.707 tonnellate di rifiuti indifferenziati e 544.689 tonnellate di raccolte differenziate; il dato segna una diminuzione di poco superiore alle 18.000 tonnellate rispetto all’anno precedente (-2,36%). La produzione pro capite nel 2022 è pari a 510 kg/ab, in calo rispetto ai 518 kg/ab del 2021. La raccolta differenziata ha raggiunto nel 2021 il 71,8% regionale (fonte: ISPRA – Rapporto Rifiuti Urbani 2023), ma la dinamica di crescita si è arrestata, stabilizzandosi su valori che rendono ormai evidente la necessità di un cambio di passo. I dati per ATO mostrano una forte progressione nel decennio ma anche una persistenza di diseguaglianze: ATO 1 (Provincia di Pesaro e Urbino) da 40,8% a 73,6%; ATO 2 (Provincia di Ancona) da 51,9% a 71,1%; ATO 3 (Provincia di Macerata, con il Comune di Loreto) da 63,1% a 74,7%; ATO 4 (Provincia di Fermo) da 36,1% a 71,2%; ATO 5 (Provincia di Ascoli Piceno) da 36,4% a 68,7%. Nel 2022 la differenziata resta mediamente stabile intorno al 72% (fonte: ISPRA - Rapporto Rifiuti Urbani 2023), ma il 14% dei comuni è ancora sotto il 65%. Il punto decisivo, tuttavia, non è solo quantitativo. Il Piano mostra uno scarto significativo tra raccolta differenziata nominale e riciclo effettivo, a conferma di come la qualità della raccolta condizioni in modo decisivo il carico finale dei rifiuti da smaltire. Ne emerge un dato particolarmente severo: a fronte di una differenziata intorno al 72%, l’effettivo riciclo si fermerebbe al 48%. È questo il discrimine che trasforma una buona percentuale in un risultato insufficiente, perché gli scarti di selezione e di trattamento continuano a essere troppo elevati.

Anche la composizione del rifiuto urbano residuo mostra margini ancora ampi di recupero. Nel RUR la FORSU pesa per il 19,6%, carta e cartone per il 17,5%, pannolini e prodotti assorbenti per il 15,6%, la plastica complessivamente per il 14,5% e i tessili per l’11,8% (fonte: PRGR Marche 2024 – base dati ISPRA). L’evidenza dei dati rende chiaro che una quota non irrilevante del residuo non è inevitabile, ma è il prodotto di una filiera ancora incompleta o troppo debole. Elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico è che nei sistemi anche più avanzati dell’economia circolare resta comunque una quota di rifiuto residuo che non può essere riciclata integralmente. Le analisi tecniche indicano che tale quota può collocarsi intorno al 20-25% del totale, il che rende ancora più decisivo intervenire sulla qualità della raccolta e sul recupero di materia prima, ancor prima di ricorrere a soluzioni di smaltimento terminale.

4. Lo stallo impiantistico e la crisi decisionale A questo quadro si aggiunge un elemento strutturale: una quota significativa dei rifiuti prodotti nelle Marche continua a essere trasferita fuori regione per il trattamento o lo smaltimento definitivo. Questo fenomeno non rappresenta soltanto un costo economico aggiuntivo per il sistema regionale, ma evidenzia anche una dipendenza strutturale da impianti localizzati altrove, segno evidente delle carenze della pianificazione impiantistica marchigiana. Alla base del nuovo PRGR si collocano pertanto tre criticità strutturali: stallo impiantistico, arresto della crescita della raccolta differenziata e criticità operative e di raccordo delle ATA. La Regione si trova dunque di fronte a questioni aperte, che le competono direttamente. Il punto è come intende effettivamente affrontarle. Il blocco degli impianti è un dato concreto. In quasi tutti i territori regionali si è rivelato difficilissimo realizzare infrastrutture legate sia all’economia circolare sia allo smaltimento; in molte situazioni si è consolidato l’intreccio tra Nimby e Nimto, cioè l’opposizione sociale agli impianti e la tendenza della politica ad assecondare quel malessere anziché governarlo. Due casi rendono evidente il quadro: il deficit storico di impianti per il trattamento dell’organico nelle province di Ancona e Pesaro-Urbino e l’incapacità di individuare un nuovo sito di discarica d’ambito nella provincia di Macerata. L’analisi evidenzia come il Piano, pur intervenendo su temi cruciali, tenda a differire le decisioni politiche, aggiungendo ai rinvii già accumulati ulteriori passaggi propedeutici - dall’individuazione del sito del termovalorizzatore alle autorizzazioni fino alla realizzazione. La questione è dirimente: nel frattempo, cosa si fa? Questa è la vera premessa del confronto. Il PRGR si presenta come risposta a un blocco. Ma il rischio è che provi a sciogliere un nodo reale con una soluzione che, proprio perché non adeguatamente supportata sul piano economico, istituzionale e territoriale, possa produrre nuovo immobilismo oppure irrigidire il sistema per decenni.

5. Il termovalorizzatore come asse del Piano: la scelta che sposta il baricentro Il punto di maggior rilievo del PRGR è la scelta di considerare la realizzazione di un termovalorizzatore da 370.000 tonnellate come opzione centrale per la chiusura del ciclo: 270.000 tonnellate di rifiuti urbani e 100.000 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi. A ciò si aggiunge un elemento di criticità che il Piano non affronta in modo adeguato: l’assenza di un quadro economico-finanziario credibile e trasparente relativo alla realizzazione dell’impianto. Una infrastruttura di tale portata - stimata in circa 370 milioni di euro, oggi meramente orientativa e verosimilmente sottodimensionata - viene assunta come perno della strategia senza che siano chiariti il modello di finanziamento, i costi complessivi aggiornati al contesto inflattivo ed energetico attuale, i tempi di rientro dell’investimento e, soprattutto, gli effetti sulla tariffa a carico di cittadini e imprese. Una scelta che si colloca in condizioni oggettive - pressione normativa europea, scarsità impiantistica, deficit di discariche, esportazione fuori regione di quote rilevanti di rifiuti - ma che, proprio per questo, rischia di rovesciare l’ordine del ciclo, assumendone come punto di partenza la fase conclusiva anziché le sue fondamenta. Da tale rovesciamento deriva una sproporzione della scelta e la necessità di orientare il sistema verso il trattamento a freddo, il rafforzamento della raccolta differenziata, la qualità del riciclo e il riutilizzo, invece che verso una soluzione centrata sull’incenerimento, fin qui solo evocata e non realmente assunta, e perciò destinata soprattutto a polarizzare il dibattito pubblico e ad assorbire risorse e capacità programmatoria. L’approccio non vuole essere ideologico, bensì sistemico. Se una Regione realizza un impianto finale di grandi dimensioni senza aver prima ridotto il residuo, migliorato la qualità della raccolta differenziata, potenziato gli impianti di recupero di materia e il trattamento dell’organico, rischia di vincolare per un periodo pluridecennale una quota significativa di rifiuti a una destinazione che avrebbe potuto essere progressivamente diversa. Il punto analitico è il seguente: destinare a incenerimento una parte rilevante di ciò che, in condizioni più avanzate, potrebbe essere recuperato, significa precludersi per due o tre decenni una traiettoria più evoluta di economia circolare.

6. Le quattro grandi aree di lavoro che il Piano trascura o sottovaluta Il primo blocco, come già evidenziato, riguarda le fasi che precedono la chiusura del ciclo, a partire dalla prevenzione. Le pratiche più efficaci si sono sviluppate in modo disomogeneo, spesso affidate all’iniziativa del singolo amministratore o della singola ATA, in assenza di un impianto stabile di coordinamento, vincoli, incentivi e strumenti di verifica. Da qui l’esigenza di programmi di prevenzione continuativi, sostenuti anche da risorse regionali, capaci di raggiungere una quota significativa della popolazione - indicativamente intorno all’80% - con particolare attenzione alle scuole, alle diverse componenti della popolazione e alla continuità nel tempo delle azioni formative. Il riuso costituisce il secondo ambito. I Centri del Riuso devono evolvere da funzioni marginali a veri spazi di rigenerazione dei beni, attrattivi e dinamici, capaci di generare valore e rendere effettiva l’economia circolare. In questa direzione si collocava il programma regionale della coalizione, che poneva l’accento sulla riduzione della produzione dei rifiuti attraverso campagne di sensibilizzazione e percorsi educativi, dentro un più ampio ripensamento del paradigma di gestione.

Il terzo ambito riguarda la qualità della raccolta differenziata. La FORSU presenta livelli di scarto ancora elevati e la plastica continua a rappresentare la frazione più problematica, soprattutto nei sistemi di raccolta multimateriale. Ne deriva la necessità di interventi mirati sui diversi ambiti territoriali, di una formazione diffusa e continuativa, del rafforzamento del porta a porta e dell’estensione della tariffazione puntuale, a fronte di un andamento che mostra segnali di stabilizzazione e richiede un cambio di passo. Il quarto ambito interessa l’impiantistica di riciclo. Permangono carenze significative sia nelle filiere ordinarie - organico, carta, vetro - sia in quelle che oggi risultano tecnologicamente trattabili, come pannolini, tessili e RAEE. L’estensione della capacità di recupero in questi ambiti rappresenta una leva decisiva: sottrarre tali materiali al conferimento in discarica o alla valorizzazione energetica significa orientare il sistema verso una traiettoria strutturalmente più sostenibile nel lungo periodo. Considerati nel loro insieme, questi quattro ambiti - prevenzione, riuso, qualità della raccolta, impiantistica di riciclo - definiscono l’ossatura di un ciclo dei rifiuti compiuto. È qui che il sistema prende forma o si espone a squilibri. Se queste componenti restano parziali, la fase finale non chiude il ciclo: lo sostituisce. E quando la chiusura prende il posto della costruzione, il sistema si stabilizza non nella sua forma migliore, ma nella sua condizione incompleta.

7. Il nodo dell’organico, i biodigestori, il deficit di autosufficienza Sul trattamento della frazione organica emerge un quadro di insufficienza strutturale. Nel 2021 risultano attivi nelle Marche tre impianti di compostaggio della FORSU e del verde, con una potenzialità autorizzata complessiva pari a 108.500 tonnellate annue e un utilizzo effettivo di circa 89.375 tonnellate, pari all’82% della capacità nominale (fonte: PRGR Marche 2024 - elaborati tecnici). Gli impianti sono localizzati a Tolentino (70.000 t/a autorizzate, 52.362 t/a trattate), Fermo (27.000 t/a, 26.079 t/a trattate) e Ascoli Piceno (36.000 t/a autorizzate, ma attività sospesa dal 1° gennaio 2023). Negli ATO 1 e 2 non risultano impianti di compostaggio.

Il dato è duplice. Da un lato, gran parte del territorio regionale continua a esportare la frazione organica fuori regione, segnalando un deficit impiantistico cronicizzatosi. Dall’altro, la qualità dei processi risulta debole: il compost prodotto si attesta mediamente intorno al 20,7% (fonte: PRGR Marche 2024) dei quantitativi in ingresso, a fronte di valori attesi significativamente più elevati (45-50%) in presenza di matrici adeguate e processi efficienti. È qui che emerge un fattore decisivo: il sistema sconta non solo una carenza di capacità, ma anche una insufficiente qualità della filiera. Quantità e qualità, in questo ambito, non sono variabili indipendenti ma aspetti di un medesimo sbilanciamento. Per questo il rafforzamento della filiera dell’organico non è un aspetto tecnico marginale, ma un crocevia della pianificazione. Ne deriva pertanto la necessità di investire sia su impianti aerobici sia su impianti anaerobici - compostaggio e digestione anaerobica - in grado di produrre ammendanti, fertilizzanti organici e biogas, contribuendo alla chiusura del ciclo in chiave materiale ed energetica. Tuttavia, la sostenibilità di tali soluzioni dipende dal contesto in cui si collocano: impianti di questa natura risultano coerenti se inseriti in un disegno complessivo che tenga insieme qualità della raccolta, articolazione per sub-ambiti, tariffazione puntuale e pratiche diffuse di prevenzione. In assenza di questo quadro, il rischio è intervenire sulla capacità senza aver consolidato le condizioni che ne determinano l’efficacia.

8. Il TMB, il trattamento a freddo e la questione discariche Si introduce un altro elemento importante che il PRGR, per la sua stessa impostazione, mantiene in una zona di sospensione: il trattamento meccanico-biologico. Il TMB non sembra subire un’evoluzione significativa e molti impianti restano bloccati in attesa delle decisioni politiche legate al termovalorizzatore. Questo è un punto molto rilevante: se la fase di selezione, biostabilizzazione e valorizzazione del residuo resta subordinata alla scelta finale sull’incenerimento, il sistema perde nel frattempo la possibilità di migliorare il contenimento dello smaltimento in discarica, quale che sarà il punto di caduta di fine ciclo. Si rileva inoltre che i poli di Corinaldo e Relluce potrebbero, in linea teorica, sviluppare linee di valorizzazione del sopravaglio del residuo come strategia di medio periodo per contenere il ricorso alle discariche. Ma anche questa opzione viene subordinata alla scelta relativa al termovalorizzatore. In altri termini, il Piano tende a porre in attesa l’evoluzione anche del trattamento a freddo, invece di assumerlo come primo banco di prova prioritario di una politica effettiva di riduzione del residuo. Sul versante delle discariche si aggiunge un ulteriore elemento che va tenuto presente: la revisione al ribasso delle distanze minime per nuove discariche e ampliamenti. Tale scelta presenta profili di rischio, in potenziale contrasto con il principio di precauzione, e suscettibile di concentrare ulteriormente il carico ambientale su territori già esposti. Tale passaggio, pur non rientrando tra i cardini principali del Piano, rafforza la lettura complessiva: emerge una oscillazione tra il mantenimento dello stato attuale e una tendenza alla centralizzazione delle scelte, in assenza di una strategia compiuta di riequilibrio e prevenzione.

9. I cinque punti politici centrali I cinque punti che seguono non costituiscono un elenco tematico, ma il livello in cui si misura la coerenza effettiva del Piano. È qui che le scelte dichiarate incontrano la loro sostenibilità. Qui si colloca il profilo decisivo della pianificazione.

9.1 Assenza di un piano economico-finanziario del termovalorizzatore Il PRGR richiama la possibilità di realizzare un termovalorizzatore da 370.000 tonnellate (fonte: PRGR Marche 2024), ma non presenta un quadro economico-finanziario credibile. Non sono definiti in modo compiuto il costo dell’investimento, il soggetto attuatore, il modello gestionale, il rapporto con i flussi in ingresso, l’impatto tariffario e gli scenari alternativi nel caso in cui l’impianto non venga realizzato o slitti per anni. Una scelta di tale portata non può essere affidata a un titolo di Piano. Deve essere sostenuta da una istruttoria economica rigorosa e trasparente. In assenza di ciò, il termovalorizzatore somiglia più a un’annunciazione che a una scelta realmente pianificata.

9.2 Assenza di una governance definita ed immediatamente operativa Il secondo punto è strettamente connesso al primo. La localizzazione e la realizzazione dell’impianto vengono rinviate a un assetto istituzionale non ancora definito, legato all’eventuale nascita di una struttura regionale o di una ATO unica da istituire con legge. Si tratta, peraltro, di un passaggio che presupporrebbe uno specifico intervento normativo regionale e un tempo di effettiva operatività non immediato, realisticamente collocabile nell’ordine di circa 24 mesi, prima ancora che il nuovo assetto possa incidere in modo concreto sulla gestione del ciclo. Il punto, dunque, non riguarda soltanto la chiarezza formale della governance, ma la sua effettiva praticabilità nei tempi del problema che il Piano dichiara di voler affrontare. Il documento insiste proprio su questo: la centralizzazione delle decisioni rischia di allontanarle dai territori senza chiarire natura giuridica, composizione, funzionamento, rappresentanza e competenze del nuovo organismo. In questo quadro, la governance non appare uno strumento di semplificazione, ma un ulteriore fattore di incertezza e di possibile stallo decisionale. Il risultato è paradossale: una scelta presentata come risolutiva viene appoggiata su un’architettura ancora indeterminata, il cui avvio richiederebbe ulteriori passaggi legislativi, amministrativi e organizzativi, mentre le criticità del sistema continuano nel frattempo a produrre effetti reali. In assenza di una governance definita e immediatamente operativa, il termovalorizzatore rischia così di restare, più che una decisione di piano compiutamente assunta, un annuncio sorretto da condizioni istituzionali ancora da costruire.

9.3 Criticità dell’ATO unica regionale Su questo punto occorre precisione. L’ipotesi di un assetto regionale con sub-ambiti gestionali può apparire, in astratto, coerente con l’esigenza di rendere sostenibili impianti la cui scala supera quella dei singoli bacini provinciali: digestori anaerobici, impianti di trattamento dei pannolini, servizi legati allo spazzamento stradale. Resta tuttavia decisiva, anche in questa prospettiva, l’importanza dei sub-ambiti, per non disperdere le buone pratiche e per mantenere un radicamento territoriale forte nelle politiche di raccolta, compostaggio domestico, tariffa puntuale e sensibilizzazione. Il punto critico non risiede dunque nella dimensione regionale come tale, ma nell’uso politicoistituzionale che di essa può essere fatto in assenza di adeguati contrappesi, di criteri trasparenti e di un equilibrio effettivo tra livello regionale e rappresentanza dei territori. Proprio qui si colloca uno dei rischi maggiori: che l’ATO unica diventi il grimaldello attraverso cui superare i limiti di conferimento tra province e riversare i flussi delle aree più in difficoltà su altri territori regionali, trasferendo altrove il peso delle insufficienze impiantistiche e dei ritardi accumulati. In termini concreti, ciò significa che il carico della fase transitoria e dei conferimenti eccedenti rischierebbe di gravare soprattutto sui territori oggi relativamente meno scoperti, in particolare nel centro-nord regionale, mentre le aree più in difficoltà continuerebbero a scaricare altrove i costi della propria insufficienza impiantistica. In tal modo la centralizzazione formale può produrre una redistribuzione squilibrata del carico ambientale, delle tariffe e delle scelte localizzative. A ciò si aggiunge un ulteriore profilo critico. In assenza di garanzie forti e di un chiaro equilibrio tra livello regionale e articolazioni territoriali, la centralizzazione può trasformarsi anche nello strumento attraverso cui concentrare le decisioni più controverse, a partire da quelle relative alla localizzazione del termovalorizzatore. Proprio perché su questo terreno si addensano le principali resistenze territoriali, il rischio è che l’ATO unica non si configuri come forma più alta di governo del sistema, ma come leva attraverso cui rendere praticabili scelte che, entro un quadro pienamente territoriale, risulterebbero assai più difficili da assumere.

La questione, dunque, non può essere trattata come un dettaglio tecnico. Essa investe insieme rappresentanza dei territori, equità territoriale, democrazia decisionale e assetto effettivo del potere nella pianificazione del ciclo dei rifiuti. 9.4 Gestione dei rifiuti speciali Il Piano propone di ridurre la quota di rifiuti speciali conferibili, ma rinvia di fatto la soluzione a un futuro assetto imperniato anche sul termovalorizzatore. In particolare, il passaggio dalla quota del 50% al 30% nelle discariche pubbliche per rifiuti urbani rischia di trasferire una criticità immediata sul sistema produttivo marchigiano, senza che siano ancora chiarite in modo credibile le soluzioni alternative che dovrebbero assorbirla. Nel frattempo resta opaco il rapporto tra fabbisogno delle attività produttive marchigiane e flussi da fuori regione. Questo è un punto assai delicato in una regione a forte manifattura diffusa: il sistema dei rifiuti non può ignorare il tema della tenuta industriale e dei costi per le imprese. Se si restringe oggi la capacità di risposta per i rifiuti speciali senza chiarire priorità, tempi e soluzioni intermedie, si rischia di scaricare il problema sul tessuto produttivo locale mentre continuano ad arrivare flussi esterni. La Regione deve chiarire se e come intenda garantire una priorità ai rifiuti prodotti nelle Marche e con quali criteri di programmazione. 9.5 Localizzazione del termovalorizzatore Il quinto punto chiude il cerchio. Il PRGR non fornisce indicazioni sufficientemente concrete su tempi, criteri localizzativi e percorso decisionale per l’eventuale termovalorizzatore. Manca, in particolare, una definizione effettiva del soggetto chiamato ad assumere la decisione, del termine entro cui essa dovrebbe essere assunta e dei criteri che dovrebbero orientarla, sicché la scelta resta, allo stato, priva di una reale determinatezza amministrativa e politica. L’assenza di un percorso definito e trasparente espone il processo decisionale al rischio di controversie politiche, destinate ad aggravare anziché comporre quelle già aperte, senza offrire un quadro di riferimento certo per amministrazioni e comunità locali.

Si evidenziano i tempi lunghi che separerebbero il Piano dalla concreta messa in esercizio di un impianto: individuazione del sito, iter autorizzativo, realizzazione. Anche in un’ipotesi lineare, si tratterebbe realisticamente di un orizzonte pluriennale esteso, difficilmente comprimibile entro i quattro-cinque anni e verosimilmente più lungo in presenza di passaggi burocrtauco-normativiallocativi. È in questo scarto temporale che si produce l’interregno di un sistema che, nell’attesa della soluzione evocata, continua nondimeno a dover essere governato. Inoltre il tema divide la stessa maggioranza regionale. In assenza di criteri chiari e condivisi, la localizzazione rischia di diventare il detonatore di nuove controversie politiche e sociali, non certo la soluzione di quelle esistenti. Proprio questa persistente indeterminatezza finisce per alimentare un dubbio politico che non può essere eluso: che il richiamo al termovalorizzatore venga assunto più come dispositivo di annuncio che come scelta realmente accompagnata dalla volontà e dalla capacità di tradurla in atti conseguenti. È una modalità che nella destra di governo ricorre non di rado: evocare una soluzione come segno di decisione, senza però assumere fino in fondo l’onere politico, territoriale, amministrativo e finanziario della sua effettiva realizzazione. Ciò va chiarito tanto più se si considera che la questione non può essere ridotta a un’alternativa ideologica o meramente oppositiva. Nel rispetto della gerarchia definita dal quadro europeo e nazionale, e dentro una cultura ambientale ed energetica avanzata, il tema dell’eventuale trattamento finale non può essere eluso in astratto; proprio per questo, però, esso esige di essere affrontato con pienezza di presupposti, coerenza di impianto e assunzione effettiva delle relative responsabilità. Per questa ragione, se la maggioranza intende davvero percorrere questa strada, deve chiarire in modo completo e verificabile l’intero quadro delle decisioni e delle condizioni necessarie: localizzazione, governance, quadro economico-finanziario, tempi di realizzazione, impatto tariffario, gestione della fase transitoria, rapporto con i flussi dei rifiuti speciali, equilibrio territoriale e assetto degli impianti intermedi. In assenza di tale chiarimento, il termovalorizzatore rischia di restare non il punto di approdo di una pianificazione seria, ma la formula attraverso cui evocare una soluzione senza assumerne fino in fondo il costo politico, amministrativo e territoriale.

10. L’assetto educazionale e la qualità civica del sistema Uno dei punti che più spesso vengono sottovalutati nei piani dei rifiuti è l’infrastruttura educativa del sistema. Eppure è qui che si concentra una delle principali condizioni di efficacia: senza formazione continuativa, campagne mirate, coinvolgimento delle scuole, dei comuni, delle diverse componenti della popolazione e dei sub-ambiti, il miglioramento qualitativo della differenziata non avverrà. La politica dei rifiuti non è solo impiantistica; è anche costruzione di abitudini pubbliche, cultura civica, responsabilità diffusa. L’economia circolare, del resto, non è un equilibrio spontaneo. Essa richiede non soltanto modelli culturali e responsabilità diffuse, ma anche scelte politiche capaci di impedire che i vantaggi soltanto apparenti dell’economia lineare continuino a scaricare sull’ambiente e sulla salute costi ben più elevati. La recente crisi della filiera del riciclo della plastica mostra con chiarezza questo punto: anche un settore virtuoso può essere indebolito dalla concorrenza della plastica vergine a basso costo e dall’insufficienza delle misure pubbliche di sostegno, a livello europeo e nazionale. Questa dimensione educazionale non trova nel PRGR la necessaria centralità. Eppure è decisiva soprattutto in due ambiti: qualità della FORSU e corretta separazione della plastica. Ridurre gli scarti a valle significa lavorare a monte sulle pratiche quotidiane. Per questo un piano regionale moderno dovrebbe finanziare in modo strutturale la formazione scolastica per tutta la durata del Piano, campagne territoriali permanenti, un uso più esteso degli strumenti consortili e il supporto ai comuni nella conoscenza delle opportunità disponibili. Non è un capitolo accessorio: è una condizione di efficacia del sistema.

11. Conclusione politico-istituzionale Il PRGR affronta un problema reale: la crisi di un sistema regionale che, pur avendo risultati a prima vista soddisfacenti sulla raccolta differenziata, si è fermato in una zona intermedia, dove i target nominali risultano insufficienti e dove le carenze impiantistiche, la qualità inadeguata delle frazioni e la lentezza decisionale producono costi crescenti, tensioni e dipendenze esterne. Ma proprio perché il problema è reale, la soluzione proposta deve essere altrettanto rigorosa. Un Piano che sposta il baricentro sul termovalorizzatore senza chiarire quadro economico-finanziario, governance, assetto territoriale, priorità sui rifiuti speciali e criteri localizzativi non chiude il ciclo: rischia di aprire una fase nuova di incertezza, irrigidendo al tempo stesso il futuro del sistema. La soluzione apparente può tradursi in vincolo reale, e altresì in una politica dell’annuncio, nella quale l’evocazione della soluzione sostituisce la sua effettiva costruzione. Ciò accade perché il Piano tende a concentrare la risposta sulla fase terminale del ciclo, senza avere prima consolidato le condizioni che dovrebbero ridurne a monte il peso. Le Marche avrebbero le condizioni anche per una strada diversa. I risultati già ottenuti, le esperienze amministrative virtuose, la possibilità di rafforzare il porta a porta, i margini di recupero presenti nel RUR, il bisogno di impianti per l’organico e per il recupero di materia, la potenzialità di una vera “fabbrica” delle materie prime seconde, indicano che la Regione potrebbe orientarsi verso una traiettoria più avanzata, più coerente con il quadro europeo, più lungimirante e più progressista. Occorre, in altri termini, saper scegliere. Ma scegliere davvero significa anche saper distinguere tra una risposta strutturale, immediatamente praticabile e coerente con la gerarchia virtuosa e futuribile dei rifiuti, e l’evocazione di una soluzione finale il cui eventuale approdo resterebbe comunque collocato in un orizzonte lungo, incerto e gravato da criticità già oggi evidenti sul piano di governo nella fase transitoria. Anche nell’ipotesi in cui la Giunta intendesse assumere fino in fondo la scelta del termovalorizzatore, resterebbe infatti aperto, per un arco non breve di anni, il problema di un ciclo che continuerebbe nondimeno a dover essere governato nelle sue criticità presenti. È precisamente su tale versante che si colloca il discrimine politico reale. Non tra chi assume acriticamente il termovalorizzatore come parola risolutiva e chi vi oppone un rifiuto meramente ideologico, ma tra chi intende affrontare subito, con serietà di governo, le criticità effettive del ciclo e chi continua a rinviarne la soluzione dietro l’annuncio di un approdo ancora tutto da dimostrare.

In questo senso, la seconda strada non rappresenta soltanto un’opzione politica coerente con i nostri valori ambientali e sociali, ma la linea più concreta e lungimirante – diremmo doverosa - per sottrarre il sistema all’inerzia e alla procrastinazione decisionale. Questa è la vera scelta politica. Non tra slogan contrari, né tra semplificazioni speculari. Ma tra due modi di assumere il governo del problema: uno che concentra l’attenzione su una soluzione terminale ancora priva delle condizioni che dovrebbero renderla credibile; un altro che affronta da subito le carenze del ciclo, rafforza le sue fasi alte, corregge gli squilibri territoriali e subordina ogni eventuale scelta finale a una verifica seria, completa e documentata delle alternative, dei costi, dei tempi e delle responsabilità. È su questo terreno che il Partito Democratico Marche e il Gruppo consiliare regionale sono chiamati a svolgere fino in fondo una funzione di opposizione rigorosa, competente e responsabile nei confronti della comunità marchigiana, ponendo le basi per un’alternativa di governo.





Nota conclusiva su natura del testo, criteri di lettura, contesto di lavoro e materiali di riferimento.

Il presente documento si colloca nell’ambito dell’elaborazione politico-programmatica del Partito Democratico delle Marche e costituisce una rielaborazione autonoma e organica di carattere tecnico-politico, sviluppata a partire dalla documentazione ufficiale relativa al Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti della Regione Marche e dal confronto con contributi, osservazioni e materiali maturati nel dibattito politico regionale.

Il lavoro è stato promosso dalla segretaria regionale del Partito Democratico Marche, Chantal Bomprezzi, e si è sviluppato, in costante raccordo politico-istituzionale, nel quadro di una proficua sinergia con il Gruppo assembleare del Partito Democratico delle Marche, e in particolare con la capogruppo Valeria Mancinelli, presidente del Gruppo consiliare del Partito Democratico e componente della III Commissione consiliare permanente. Tale costante interlocuzione, maturata nel rispetto dei relativi ruoli e delle rispettive responsabilità, ha contribuito a rendere più solido il quadro di analisi e più concreta la possibilità di tradurre l’elaborazione politica in iniziativa istituzionale. Il testo assolve pertanto una duplice funzione: da un lato si propone come strumento di analisi, orientamento e approfondimento per il Partito Democratico Marche; dall’altro si offre come supporto di lettura e di lavoro per il livello politico-istituzionale, e in particolare per il Gruppo assembleare e per i consiglieri regionali chiamati a confrontarsi con il Piano sul terreno dell’iniziativa pubblica e consiliare. Per tale ragione il documento è stato costruito in forma unitaria, ma secondo un doppio livello di leggibilità. Il testo integrale costituisce il corpo pieno dell’analisi politica e tecnico-istituzionale; i blocchi contrassegnati dalla linea laterale verticale individuano invece il percorso sintetico dei passaggi essenziali, più immediatamente utili al confronto politico-istituzionale. La linea laterale non delimita dunque un testo separato, ma segnala, all’interno dell’unico documento qui presentato, la sequenza che può essere letta anche come sintesi relativamente autonoma dell’impianto complessivo. All’elaborazione del lavoro ha contribuito in misura centrale il gruppo di lavoro regionale sul ciclo dei rifiuti del Partito Democratico Marche: Antonio Minetti, Daniele Salvi, Francesca Pulcini, Francesco Ameli, Giorgio Marchetti, Luigi Montanini, Umberto Pulcini, Mario Iesari. Una menzione va infine a Giancarlo Scortichini, referente del Tavolo tematico ambiente, per il contributo recato ai materiali politico-programmatici nel frattempo maturati. Il lavoro di coordinamento e di sintesi è stato svolto, nell’ambito della Segreteria regionale del Partito Democratico Marche, da Alessandro Del Monte “Teo”, membro della Segreteria regionale, coordinatore dei Tavoli tematici del PD Marche e coordinatore del gruppo di lavoro regionale sul ciclo dei rifiuti.

Fonti e materiali di riferimento
• Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti delle Marche - documentazione ufficiale e atto di riferimento;
• Documento del Gruppo assembleare Partito Democratico - Assemblea legislativa delle Marche;
• Osservazioni PRGR - Legambiente Marche;
• Programma regionale dell’Alleanza del Cambiamento;
• Materiali programmatici e di lavoro elaborati nell’ambito dei Tavoli tematici del Partito Democratico Marche;
• Materiali, contributi e apporti maturati nell’ambito del gruppo di lavoro regionale sul ciclo dei rifiuti del Partito Democratico Marche, nonché nei già avvenuti confronti con le Federazioni provinciali e i Circoli del Partito Democratico.

PD Marche
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