Internazionalizzazione: Costretti e “condannati ad esportare”

Internazionalizzazione: Costretti e “condannati ad esportare”

Internazionalizzazione: Costretti e “condannati ad esportare”

Il 22 giugno 2018, presso l’Università di Verona, si è svolto il convegno “Sviluppo economico ed internazionalizzazione” nel quale sono intervenuti alcuni rappresentanti dei sindacati.

Uno di loro, Marco Bentivogli, segretario generale del sindacato Metalmeccanici FIM-CISL, ha affermato che “il nostro non è solo un paese che deve esportare per avere un pò di benessere. Il nostro è un paese che è condannato ad esportare, perché è un paese di piccole dimensioni, povero di materie prime”.

Tre domande sorgono spontanee. La prima: se adesso anche i sindacati si mettono a parlare a favore di un incremento degli scambi internazionali, che cosa manca affinché gli operai tornino nelle fabbriche? La seconda: cosa manca affinché gli organi pubblici diano finalmente una chance alle imprese e approvino misure favorevoli tali che chi è veramente capace di creare posti di lavoro lo faccia nei tempi più brevi possibili?

Prima di porre la terza domanda, dobbiamo rivolgere un sincero ringraziamento ai sindacati che non fanno più solo il presidio nelle piazze, ma che si recano nelle università per dialogare con un mondo che - senza dubbio - detiene la chiave di una migliore comprensione dell’evoluzione del mondo che ci aspetta.

Infine, la terza domanda. Che cosa aspettano i governi centrali, i governi locali o gli stessi imprenditori ad assumere decisioni, a scegliere misure e azioni, per rendere la proiezione internazionale delle imprese una regola anziché una eccezione? In parole povere. Che cosa aspettiamo per aumentare drasticamente il numero degli esportatori abituali?

A questo punto è necessario cercare di completare l’affermazione di Marco Bentivogli con altri elementi importanti. Molti di questi rimangono ancora poco conosciuti e poco considerati dai nostri concittadini.

L’Italia è un paese condannato ad esportare? La risposta può essere completata con due affermazioni aggiuntive

L’Italia è un paese condannato ad esportare perché consuma meno di quanto produce. L’Italia è un paese condannato ad esportare perché è un paese ricco di creatività e di menti capaci di inventare prodotti o servizi, malgrado forti handicap come la questione energetica o delle infrastrutture.

Il paese dispone di una struttura industriale di lungo corso - che esiste ancora oggi - malgrado le molteplici chiusure volontarie, gli innumerevoli fallimenti ed alcune riconversioni. Ma abbiamo visto crescere anche tante nuove start up e nuove imprese, che hanno reso possibile un miracolo in grado di generare un continuo lancio e rilancio di attività industriali. Ma a questi nuovi soggetti della scena imprenditoriale italiana servono accesso diretto ai mercati e l'arena globale per poter sperare di sopravvivere.

Questo vale in particolar modo per l’Italia sulla base di un dato positivo. Secondo i dati ICE 2018, il nostro paese ha, per esempio, il doppio degli esportatori abituali rispetto ad un grande paese come la Francia. Ma questo non ci deve bastare. Dobbiamo puntare - specialmente nelle Marche - all’obbligo e al dovere di affiancare le imprese, affinché possano guardare al mondo come il proprio mercato, riuscendo così ad evitare pericolose sovraesposizioni su singole destinazioni, aree o paesi.

Se a tutti questi elementi aggiungiamo che le Marche dispongono già di un primato imprenditoriale nazionale ed europeo - del quale bisogna andare molto fieri - è importante sottolineare che è proprio da qui che parte il nostro dovere di cominciare a colmare il ritardo. Nelle Marche abbiamo bisogno di ottenere rapidamente risultati per stimolare un nuovo futuro della produzione, dei consumi, dei viaggi e di tanti altri settori capaci di creare sviluppo. Dobbiamo ricordarci di concedere una corsia preferenziale all’agroalimentare e di dedicare un’attenzione particolare all’imprenditoria femminile, in quanto via irrinunciabile per un futuro fiorente delle Marche. In alcuni campi i giochi sono già fatti: ad esempio, negli Atenei marchigiani, il numero delle iscritte donne supera quello dei colleghi uomini e questo è un vincolo con cui fare i conti.

Ma attenzione. In tutto quello che facciamo, ricordiamoci che non possiamo rinunciare all’Europa. A favore di questo ragionamento vengono in soccorso i dati del commercio estero 2017 delle Marche: l’export marchigiano va per il 58% verso la destinazione “UE” e raggiunge il 70,5% se viene considerata la destinazione “Continente Europa”.

In un articolo del quotidiano Il Corriere Adriatico pubblicato il 3 ottobre 2018, apprendiamo che le Marche sono ormai una regione definita in retrocessione, rispetto allo status di regione sviluppata di un tempo e che la ripresa dipenderà dalla “dinamicità e capacità di reazione dei singoli territori”.

Per le caratteristiche particolari delle Marche – e in generale per l’Italia – ecco una ragione in più perché l’internazionalizzazione debba rimane ancora per lungo tempo un’attività alla quale dare una priorità assoluta. Per le Marche significa questione di sopravvivenza. Dobbiamo essere in grado di realizzare iniziative capaci di favorire un’esplosione del commercio estero, rendendo così la via dell’internazionalizzazione per tornare a crescere uno dei principali motori dello sviluppo marchigiano.

Le problematiche legate alla difficoltà di crescita dell'Italia e delle Marche sono chiare e conosciute. Ma salta altrettanto agli occhi di tutti che nello stesso periodo di crisi - dal 2008 fino ad oggi - quelli che hanno avuto uno straordinario successo nell'incrementare le proprie vendite in realtà condividevano lo stesso territorio con quelli che hanno vissuto difficoltà sui mercati, che sono falliti o che purtroppo - in qualche caso estremo - si sono tolti la vita per la disperazione di vedere un sogno, il risultato di un lavoro di tutta una vita, infrangersi.

 Non potrà esistere una forte crescita se non rifacciamo la pace con un mondo che accusiamo di tutti i mali, ma del quale abbiamo bisogno sia per vendere i nostri eccessi che per far circolare i grandi risultati dei nostri talenti produttivi.

 

Non potrà esistere una forte crescita se non facciamo i nostri compiti a casa, aggiornando i nostri metodi di gestire aziende, favorendo transizioni generazionali, familiari e/o manageriali, e introducendo la digitalizzazione nelle stesse.

 

Non potrà esistere una forte crescita se non si procederà rapidamente ad un inventario onesto e rapido, se non si avrà piena consapevolezza della necessità di ricorrere e di incrementare in maniera esponenziale metodi e tecniche utilizzate da altri paesi che hanno già fatto le loro prove (es. Fraunhofer tedeschi e Pôle de Competitivité francesi). Serve altrettanto e con grandissima urgenza la necessità di organizzare - in maniera istituzionale - l'accompagnamento internazionale delle imprese italiane e marchigiane. Perché questo metodo continua a fare le sue prove, soprattutto nei paesi emergenti (Turchia, Brasile, India) nei quali la visita di paesi stranieri con le autorità politiche ha aperto un mercato. 

 

Non ci sarà nessun aumento dei consumi interni se non favoriamo l'ingresso di nuove imprese capaci di aprirsi e di giocare direttamente, da subito fin dalla nascita, sul mercato internazionale. Specialmente se si tratta delle cosiddette start up. Il vero e proprio paradosso è che bisogna contare su queste nuove realtà se si vuole sperare di creare nuovi posti di lavoro, di vivere una vera e propria esperienza concreta di collaborazione tra pubblico e privato, di favorire ancora di più la collaborazione tra aziende e Università, nonché per vedere nuovi investimenti e nuove visioni e pratiche nell'ambito della formazione professionale a favore del settore manifatturiero italiano.

 

Già da prima e dall'inizio della crisi del 2008, poco più di dieci anni fa, la via maestra era e rimane una sola. Continua a chiamarsi internazionalizzazione.

 

Ma cosa serve? Serve una progettualità di territorio che in questi anni abbiamo individuato nella proposta di Centro di Imprenditorialità Diffusa - innovativo rispetto alle strutture sopra ricordate e realizzate in altri paesi europei come Germania e Francia – come soluzione alle sfide delle PMI e modello da estendere in Europa dove il 93% è micro impresa mentre nelle Marche la percentuale arriva al 95%. La proposta tiene conto delle eccezioni territoriali tipiche del nostro Paese. E per realizzarla? Serve un luogo e uno sforzo organizzativo per fare un lavoro sartoriale sulle cinque categorie di imprese marchigiane, indirizzando ciascuna verso la più corretta fonte di finanziamento adatta ai loro vari bisogni, settori e dimensioni con l’obiettivo di dare ampio sostegno ai piccoli numeri (start up innovative, PMI innovative) per ottenere grandi risultati. Serve lavorare contemporaneamente dal lato della domanda e lato dell’offerta. Ormai serve appunto un lavoro mirato – appunto sartoriale – e lo dicono dati e numeri. 

 

La costante urbanizzazione del mondo e la maggior parte della popolazione mondiale che, da molti anni, vive nelle città superando ormai quella delle campagne - specialmente nelle metropoli dei paesi emergenti - rappresentano una grande opportunità per le aziende italiane e marchigiane. A queste nostre aziende non rimane che dimostrare e mettere in atto una rapida capacità di reazione, grazie ad un maggiore spirito di collaborazione, emulazione, accompagnato da un essenziale e più efficace aiuto da parte delle istituzioni.

Solo così si potrà a brevissimo dire che la crisi è finita e che la sopravvivenza è riuscita.

Ma per fare tutto questo ci dobbiamo rassegnare semplicemente ad un fatto: siamo costretti – condannati – a guardare al mondo come il proprio mercato. E la via maestra da percorrere, il modo per aver vento in poppa in un mare di opportunità, lo ripetiamo da tempo, è una sola: si chiama internazionalizzazione.

 

Frida Paolella

Responsabile Europa, Internazionalizzazione e Imprenditorialità PD Marche